A partire dagli anni ’80 in molti Paesi sono entrate in vigore varie normative in tema di bonifica dell’amianto, che disciplinano nel dettaglio la dismissione progressiva di questo materiale nel pieno rispetto dell’ambiente. In Italia il divieto di utilizzare l’amianto è stato disposto dalla Legge n. 257 del 1992. Ecco quali sono i passi da seguire e il quadro normativo di riferimento.

Bonifica amianto: aspetti generali e normativa

Durante lo svolgimento degli interventi edilizi di costruzione e demolizione può capitare di gestire manufatti realizzati in amianto. In questi casi bisogna adottare i metodi per la bonifica che sono disciplinati Decreto Ministeriale 06/06/1994. Più nello specifico, il Decreto specifica come procedere alla rimozione, oltre ai sistemi da seguire nel corso delle fasi dell’incapsulamento e del confinamento.

I manufatti, a seconda dei casi, devono essere asportati in modo da garantire la sicurezza, la salute dei lavoratori e la protezione dell’ambiente esterno.

In alcune situazioni, tuttavia, l’amianto viene incapsulato, ovvero i manufatti sono lasciati nella posizione originaria, ma protetti con una speciale barriera. A questo riguardo si utilizzano delle vernici specifiche, così come previsto dal DM 20/08/1999, in modo da agevolare le successive procedure di verifica e di controllo. Il confinamento, invece, prevede che il manufatto venga lasciato in sede, ma adeguatamente protetto da pannelli, coibentazioni e muri per evitare la dispersione delle polveri sottili.

Ci sono numerose aziende qualificate, che si occupano di bonifica amianto a Milano, Roma, Torino, Napoli e in tutta Italia in generale. L’importante è come vedremo più avanti è che siano iscritte all’Albo Nazionale Gestori Ambientali.

Il DM 06/06/1994 disciplina inoltre le procedure che bisogna adottare durante la valutazione del rischio mediante analisi e campioni, tenuto conto dell’ambiente nel quale il manufatto in amianto è stato inserito. Il materiale, infatti, potrebbe essere già danneggiato e suscettibile o meno di danneggiamento, pertanto sarà necessario definire l’intervento più opportuno.

Le metodologie di natura tecnica per portare a termine la corretta bonifica sono elencate nel DM 14/05/1996, DM 20/08/1999 e D.lgs. del 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i. che disciplina in modo organico l’intera materia.

Bonifica amianto: i passi da seguire

La normativa in vigore prescrive che il datore di lavoro è il soggetto incaricato all’accertamento dei manufatti contenenti amianto prima che vengano avviati i lavori edilizi. Il datore è anche tenuto ad eseguire un’attenta valutazione del rischio, con conseguente obbligo di redigere l’apposito documento (DVR), per salvaguardare la salute dei lavoratori.

La società che viene incaricata per la rimozione dell’amianto dovrà, a sua volta, predisporre un piano di intervento, in cui vengono elencate tutte le procedure, le attrezzature e le metodologie impiegate. Il piano, che contiene anche le misure per la protezione di terzi, sarà poi sottoposto all’attenzione dell’organo di vigilanza, almeno entro 30 giorni prima che vengano iniziati i lavori.

Decorso questo termine, quando non viene formulata alcuna motivata richiesta di integrazione o modifica del piano di intervento, sarà possibile dare corso ai lavori. Il termine di 30 giorni può essere derogato nei casi di particolare urgenza.

Quando si procede con l’incapsulamento o confinamento, la legge prescrive che al posto del piano di intervento deve essere predisposta una notifica con le informazioni essenziali che riguardano la bonifica.

Bisogna precisare che il D.lgs. del 2008 n. 81 prevede che le ditte incaricate alla bonifica dell’amianto siano regolarmente iscritte all’Albo Nazionale Gestori Ambientali. Si tratta di un requisito essenziale per eseguire in maniera legittima la rimozione, l’incapsulamento e il confinamento. Del resto l’amianto non è un rifiuto comune e sono ben noti i rischi derivanti da un risanamento non a norma di legge.

Bonifica amianto: altre cose da sapere

L’amianto è ancora presente in molte componenti edilizie.

Basti pensare ai fabbricati risalenti agli anni ’60 e ’70, ai capannoni ad uso industriale, alle coperture come tegole o lastre ondulate. Nel corso del tempo l’amianto è stato impiegato anche per realizzare:

  • vasche per l’acqua,
  • tubi,
  • piastrelle,
  • pareti,
  • isolamenti vari,
  • guarnizioni,
  • controsoffitti e tanto altro ancora.

Questa sostanza minerale a base di silicio in passato veniva apprezzata soprattutto per l’elevata capacità isolante. Le polveri e le fibre, quando inalate, sono cancerogene. Per tale ragione oggi questo materiale deve essere rimosso e smaltito con molta attenzione.

Il rischio di esposizione non interessa solo i lavoratori, ma anche le persone che risiedono o frequentano edifici in cui è presente amianto sotto forma di manufatti.

Il criterio più importante da considerare durante la valutazione del rischio è la friabilità dei materiali, che possono rilasciare polveri e fibre nell’ambiente, in quanto facilmente danneggiabili nel corso delle manutenzioni.

Per i proprietari degli immobili è sancito l’obbligo di informare la presenza di amianto friabile alle ASL competenti per territorio, sulle quali incombe l’obbligo di eseguire accurate analisi sul rivestimento degli edifici, secondo quanto disposto dal DPR 8/8/94.

Gli Enti pubblici, quando lo ritengono opportuno, hanno il potere di procedere alla rimozione dell’amianto con oneri a carico dei proprietari.

Le sanzioni previste per l’inosservanza degli obblighi e dei divieti sono molto rigorose e possono anche portare alla cessazione delle attività delle imprese.